Messaggio del Sindaco – 7 aprile 2020

“Quel 7 aprile del 1944”, racconta Marisa Guolo Bettolo, “la sirena di Monti aveva dato l’allarme diverse volte per i continui passaggi di formazioni aeree. Avevamo pranzato da poco e mio padre era uscito per primo a perlustrare il cielo. La giornata limpidissima di primavera mostrava la campagna verde che si stendeva a perdita d’occhio. Avremmo avuto tutti voglia di immergerci nella bellezza della natura dimenticando di essere in guerra, ma qualcosa fin dal mattino ci teneva in tensione. Correre ai ripari o aspettare ancora un po’? Eravamo tutti in strada, assieme a quelli che come noi non erano ancora sfollati, quando ci accorgemmo di tre formazioni aeree verso sud che sembravano lontani stormi di uccelli. Un attimo dopo avvertimmo un rumore molto simile ad un terremoto e subito all’orizzonte si alzò a sud-est una nuvola nera. “Questa è Treviso” mormorò mio padre. Ben presto la nuvola si ingrandì generando lampi di fuoco.

Assistemmo da una platea lontana venti chilometri ad un bombardamento mai visto prima.

La distanza era tale da permetterci di guardare con un certo sangue freddo e al tempo stesso di partecipare emotivamente a quello che immaginavamo essere un disastro. In un primo momento credetti che fosse stata colpita la stazione e tutt’al più lo scalo merci ed egoisticamente pensai alla mia scuola interrotta.

Ero a casa dal giorno prima per le vacanze pasquali a avrei dovuto sentirmi fortunata per lo scampato pericolo. Il mio pensiero allora corse a due mie compagne che abitavano vicino alla stazione nel quartiere popolare destinato ai ferrovieri. Confidando nel rifugio sottocasa non erano sfollate. La nube nera durò parecchio e nei giorni successivi ci arrivarono notizie.

Non ricordo come passammo Pasqua quell’anno, né pasquetta. Avevo dentro di me solo il desiderio di rivedere la mia scuola e il mio collegio.

Al martedì non seppi resistere, erano finite le vacanze e probabilmente si riprendeva la scuola.

Le linee ferroviarie erano interrotte, perciò presi la bicicletta e raggiunsi Treviso. E fu un trauma.

Tutto era deserto.

Il ritorno a casa fu duro, la Feltrina mi sembrò un’ardua salita e le gambe mi sembravano di legno.

Tristi pensieri mi accompagnarono lungo tutto il tragitto.

Poi per alcuni giorni mi riposai le ossa e lo spirito, mentre la mia mente viaggiava su due binari, tra Montebelluna e Treviso, con gli interrogativi sulla scuola, i mezzi di trasporto, la possibilità di ricostruire la classe della mia scuola”.

Cari Concittadini,

avremmo voluto condividere con voi il momento di raccoglimento in Piazza dei Signori sotto la Torre Civica, ascoltando i rintocchi della Campana della Torre.

Non abbiamo potuto farlo perché, per la prima volta, non possiamo riunirci per fronteggiare un nemico comune e invisibile.

Una situazione assolutamente inedita, con la quale abbiamo ormai abbiamo imparato a convivere ma che ci sta togliendo anche i momenti e le cerimonie più importanti e significative, come questa giornata che ricorda il bombardamento che nel 1944 rase al suolo la Città.

Conviviamo con queste restrizioni per allontanare un virus che ha cambiato le nostre abitudini, che ha profondamente ridimensionato la percezione del calore umano e della vicinanza mostrandoci queste nostre abitudini sociali così lontane, addirittura pericolose.

Il bombardamento della Città di Treviso provocò 1600 vittime. In questi giorni in cui passiamo dal leggere freddi bollettini alle immagini strazianti dei mezzi dell’esercito che trasportano bare abbiamo capito più che in altre occasioni che i numeri hanno un peso. E che la vita non può essere ridotta a una casellina, fra tutte le altre.

Ci furono 1600 vittime allora (più di 120 fra neonati e bambini) a Treviso, purtroppo in questo mese e mezzo ne abbiamo contate più di 60 nel nostro ospedale e più di 120 nella Marca trevigiana.

Oltre alla sofferenza per la perdita dei propri cari, i trevigiani, oggi come allora, uomini, donne, bambini, famiglie, studenti, imprenditori, operai, liberi professionisti, dipendenti pubblici, impiegati, addetti, collaboratori, devono far fronte ad enormi problematiche di tipo economico.

Treviso, dopo il bombardamento del 1944 e fu ricostruita in 10 anni. Le nuove Piazza Borsa, via Toniolo, Largo Totila, piazza Pio X convivevano con le “sopravvissute” via Manin, via Ortazzo, Santa Caterina e Madonna Granda (che era stata colpita il 14 maggio del 1944). La parete del Palazzo dei Trecento venne ricostruita, “tirata su” scrivono gli storici, nel 1948 e oggi è uno dei simboli di quella rinascita.

Si diete un tetto ai cittadini, si penso allo sviluppo, a vivere e non a sopravvivere. Arrivarono servizi, industrie, strade. Nel 1956 Treviso era una Città rinnovata, nella quale convivevano i ricordi e l’innovazione, le ferite, le cicatrici e anche i risultati di una strepitosa e ritrovata vitalità.

Nel 1956 il sindaco dell’epoca, Alessandro Tronconi, inviò una relazione a Roma. Treviso era di nuovo una città operosa, produttiva e ridente e così sarebbe stato negli anni a venire.

Noi, fortunatamente, non dobbiamo “ricostruire” palazzi.

C’è chi in questo mese ha perso tutto e vede nelle serrande abbassate le macerie di anni di sacrifici. Ci sono imprenditori che temono il fallimento, partite Iva e tanti professionisti che ora faticano a mettere insieme una cifra per soddisfare un fabbisogno minimo, per un affitto o per lo stipendio di un dipendente.

Dobbiamo però ripartire. Aiutando e aiutandoci. I nostri nonni e i nostri padri lo hanno fatto da muri sventrati. Da fratelli, sorelle, figli, amici di una vita caduti sotto le bombe.

Noi possiamo e dobbiamo farlo, fra mille difficoltà, con solidarietà e responsabilità, ripartendo dalla nostra gente, dai nostri negozi, dalle nostre attività e dai nostri prodotti. Dall’arte e dalla bellezza.

Non dobbiamo aspettarci e tantomeno dobbiamo cercare vie brevi e scorciatoie. Le istituzioni, però, faranno di tutto perché questo processo di rilancio sia breve, perché ciò che ora è timore un giorno diventi un’opportunità.  Treviso sarà sicuramente diversa, ma sé stessa. Iniziamo, come diceva San Francesco d’assisi, a fare ciò che è necessario e poi ciò che è possibile. Ci ritroveremo a fare l’impossibile.

Noi Trevigiani sappiamo che tutto ciò può accadere.

Chiudo ringraziando chi non si è fermato per salvare vite e chi si è fermato, restando a casa, per salvarne altrettante. Chi ha lavorato per garantirci il pane, la pasta, uffici e ospedali puliti. Ringrazio chi non si è mai perso d’animo, i volontari, le forze dell’ordine.

Ringrazio tutti, e fra questi anche il Prefetto Laganà, il Vescovo Michele e il tenore Grollo per la partecipazione

 lo farò sempre anche dopo la fine di questa emergenza, perché questo senso di comunità di permetterà di ripartire con la sicurezza di farcela.

Viva l’Italia, viva il Veneto, viva Treviso


Data ultima modifica: 07/04/2020